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Dialogo tra Fisica e Psiche

Pubblicato da Orizzonte degli Eventi in Psicologia Analitica · 26/8/2013 14:56:58
Tags: FisicaPsiche

Articolo tratto da "La centralità dell’uomo nella visione ergonomica dei sistemi produttivi"
di Simonini Franco, Bruno Vincenza, Corbizzi Fattori Gabriele.
pubblicato in ISL N.10 del 2011

La fisica classica, che ha governato il nostro sapere fino a circa metà del secolo scorso, studia fenomeni direttamente percepibili, cioè fenomeni che possiamo vedere, udire o toccare. La ricerca psicologica, di conseguenza, ha ripreso come reale e scientifico ciò che può essere precisamente misurato e determinato in base alle logiche di meccanica classica. Che si conosca o meno la fisica o la psicologia, l’esperienza di tutti i giorni, già partire dall’infanzia crea pregiudizi sulle caratteristiche ed il comportamento degli oggetti che ci circondano e del cervello umano interpretato al pari dell’attività muscolare.

I concetti di forza, moto, ecc. sono in qualche modo insiti nel nostro modo di vedere la natura, anche se non sappiamo formulare le equazioni di Newton. Come nella fisica classica vengono spiegati i fenomeni naturali macroscopici attraverso la descrizione quantitativa di quanto osservato, così nella psicologia classica hanno ugualmente valore quegli aspetti che si connettono alle logiche di quantità e determinazione.
Venne, in questo modo, rafforzata l’idea che questa descrizione poteva applicarsi a prescindere dalla dimensione.
Quindi fu naturale, nella seconda metà del secolo XIX, quando Maxwell, Boltzmann ed altri iniziarono a studiare le proprietà atomiche e molecolari, considerare ancora le leggi di Newton e dell’elettromagnetismo in grado di fornire una buona descrizione anche di questi fenomeni. La psicologia assumeva, a sua volta, come fondamentali le variabili cognitive e considerava marginali gli aspetti istintuali e del sentire, seguendo l’assioma deterministico.
In fisica un elettrone era pensato come un corpuscolo molto piccolo interpretato come un punto materiale, potendone conoscere posizione e velocità ad ogni istante. Ma le nuove conoscenze della natura atomica della materia escludono la possibilità di percepire quei fenomeni fisici che assicurano la stabilità della nostra vita quotidiana. Ciò che prima era pensato come precisamente
misurabile e prevedibile ora diviene indeterminabile (principio d’indeterminazione di Heisenberg).   
Il comportamento della materia quindi nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo non ha un corrispondente nell’ambito delle sensazioni che ci sono familiari. I postulati delle nuove scoperte ammettono la presenza di comportamenti paradossali della materia. Tali paradossi, in psicologia, cominciano ad essere apprezzati da alcuni grandi scienziati come C.G. Jung, che riprendendo il ricco pensiero eraclioideo assume come base del funzionamento cerebrale la teoria degli opposti. È  l’enantiodromia a produrre nuova coscienza e a spingere la specie umana verso una continua evoluzione. Nello stesso momento la fisica non può non ammettere la doppia natura della materia: corpuscolata e ondulatoria.
È proprio nella trasformazione percettiva della realtà la difficoltà del primo contatto con la meccanica quantistica. Ciò che prima era certo ed universale ora diviene provvisorio e probabile. La stessa oggettività dell’osservazione dei fenomeni assume, a queste dimensioni, la capacità di trasformarli come se la materia volesse compiacere l’osservatore ma si comportasse in modo diverso se inosservata.
Anche nelle organizzazioni umane ci troviamo di fronte alla stessa complessità. Nelle organizzazioni produttive il solo accedere di una figura esterna all’aziende produce immediate risposte protettive che mutano la reale dinamica organizzativa del lavoro.
Col miglioramento delle conoscenze della fisica classica si è strutturato lo studio sperimentale dei fenomeni a livello atomico, cosa che era preclusa senza un’adeguata conoscenza tecnico-scientifica. A questo punto si è riscontrato che le idee applicate fino a quel momento avevano perso la loro validità. Di conseguenza i fisici hanno «dato forma» ad un nuovo mondo percettivo, adeguato a far divenire comuni anche quei fenomeni contrari a quello che, fino a quel momento, era ritenuto buon senso.  Spesso viene erroneamente ritenuto possibile ridurre le conoscenza psicologiche a mero «buon senso». Al contrario è necessaria una eccellente specializzazione in grado di capire le dinamiche relazionali per poter intervenire con la giusta consapevolezza nelle interazioni delle organizzazioni umane.
Questo processo si oppone a tutto il mondo di percezioni che si è formato in noi sin dall’infanzia e quindi richiede nel tempo la formazione di nuovi scenari mentali connessi alle incertezze di un’enorme complessità.
Di fronte a questa sfida la maggior parte delle ricerche psicologiche non riescono ad abbandonare le certezze deterministiche ed ancora oggi rimangono ancorate alle visioni riduttive del comportamento umano. Viene ritenuto possibile spiegare tutto attraverso la razionalità di caratteri umani determinati geneticamente e/o comunque contaminati da influenze ambientali. Sembra che ogni stimolo determini una risposta prevedibile a seconda del carattere dell’individuo osservato. Per la psicologia cognitiva il comportamento degli individui può essere misurabile e classificabile in schemi sufficientemente rigidi da lasciare solo piccoli spazi alla casualità.
Però l’evoluzione delle conoscenze sulla natura della materia ammette che gli elettroni attorno all’atomo si distribuiscano seguendo criteri di probabilità, cioè come nuvole elettroniche che costruiscono un loro spazio-tempo impossibile da determinare con certezza. Accettare un certo grado d’incertezza diviene inevitabile per la fisica. Tuttavia in psicologia le certezze permangono anche se i nuovi postulati della fisica quantististica prevedono una trasformazione formidabile dell’approccio di pensiero che gli scienziati devono imparare. E ` difficile accettare alcuni paradossi e capire che non sempre ciò  che ci è familiare e quotidiano è  anche reale.
Già l’esperimento di Young della doppia fenditura ci propone una spiegazione della natura molto lontana dalla nostra quotidianità. Non occorre essere fisici per capire la mela di Newton, a tutti noi può capitare di riceverne una in testa. Ma come spiegare la natura ondulatoria delle particelle che compongono qualsiasi cosa vediamo e sentiamo come solida e statica?
Come mostra l’esperimento della doppia fenditura di Young non solo i fotoni si comportano come onde ma anche gli elettroni. Sorge, di conseguenza, spontanea la domanda: «quale confine è possibile descrivere nella relazione tra materia ed energia?»
Nella prima metà del ‘‘900 la materia assume con certezza la sua doppia natura, ondulatoria e corpuscolata, inibendo definitivamente la possibilità di essere osservata e misurata con precisione. Di conseguenza come è possibile che l’organo più complesso che esista, cioè il cervello umano possa essere ancora osservato nella speranza di prevederne con precisione il comportamento? Riteniamo necessario anche in psicologia, uno sforzo nell’attività di ricerca, assumere i nuovi postulati della meccanica quantistica che si adattano molto meglio alla comprensione della natura sistemica cerebrale. Esistono a livello mondiale studi che dimostrano la funzionalità dissipativo-quantistica del sistema cerebrale (vedi Freeman, Vitiello, 2010).
Le stesse teorie junghiane criticate aspramente per la loro mancanza di scientificità acquistano oggi una rinnovata capacità di spiegazione della complessità del fenomeno psichico. Il dualismo delle particelle della materia dimostra l’intuizione geniale di una funzionalità cerebrale intesa come processo verso obiettivi evolutivi riconducibili alla realizzazione di armonie connesse alla coniunctio oppositorum come momento creativo di costruzione di nuova coscienza, per poi ridividersi continuando la loro corsa e ricongiungersi quanto la necessità di nuova coscienza si rimanifesta. I contrari si comportano come due onde che non vengono percepiti in contrasto di fase ma producono importanti intuizioni nei loro punti di unione, cioè nell’interferenza costruttiva. Di conseguenza questo spiega anche come la psicologia analitica possa produrre una diminuzione del periodo temporale incoerente e facilitare, fissandoli nella coscienza, i costrutti derivati dalle intuizioni nei punti di unione.                  





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