Prendersi Cura di SE e degli altri - Orizzonte degli Eventi - Ricerca Intervento sul benessere e la salubrità nelle organizzazioni del lavoro

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Terapia: prendersi cura di SE e degli altri

Che cosa significa fare terapia?
Innanzitutto per rispondere a questa domanda è necessario distinguere tra le figure professionali in grado di offrire una terapia per la psiche. Le figure professionali adibite a questo compito si dividono in due grandi gruppi: gli psichiatri e gli psicoterapeuti, la tradizione dei primi considera l’attività del cervello umano come un insieme enormemente complicato di reazioni chimiche tra molecole, di conseguenza tende ad affidare la terapia all’utilizzo di sostanze in grado di sviluppare un’attività psicotropa (farmaci in grado di modificare lo stato psichico dell’individuo tendendo a normalizzarlo).
Invece l’attività psicoterapeutica si basa sull’interazione terapeuta-paziente basata sul costrutto culturale che l’attività psichica si esplica nella sua fisiologia e quindi intervenendo su quest’ultima è possibile armonizzare l‘interazione con il “mondo”. Questo secondo metodo terapeutico ovviamente non fa uso di sostanze psicotrope ma solo di un’approfondita attività relazionale.
Le persone che fanno terapia sono malate?
Per definire il concetto di malattia userei  la definizione universale del suo contrario, in effetti lo stato di salute è considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità "Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia o di infermità." (OMS, 1948), di conseguenza ovunque vi sia sofferenza nelle tre parti fondamentali (fisica, psichica, sociale) che caratterizzano l’individualità c’è bisogno di intervenire. Quindi la definizione di salute dell’OMS fin dal 1948 considera il benessere come la capacità di migliorare il proprio ambiente di vita evolvendo la propria interazione col mondo e adattandosi alle complesse dinamiche dell’esistenza. Se sono vere le affermazioni dell’OMS allora la colonna portante di ogni terapia è proprio la psicoterapia perché è quell’attività in grado di offrire nuove possibilità e capacità al paziente per gestire le proprie interazioni con il mondo.
Gli psicofarmaci allora sono anch’essi terapeutici?
Gli psicofarmaci svolgono, in alcuni casi molto rari per fortuna, una funzione di contenimento delle alterazioni interrelazionali con il mondo. Per mondo s’intende sia il mondo interno che il mondo esterno, non precisamente divisibili tra loro ma anzi continuamente integrati a formare la nostra identità fisica, mentale e sociale. Quindi la salute di ogni essere umano è connessa necessariamente alla sua possibilità di attuazione della creatività, intesa come la possibilità di realizzare il proprio impatto sul mondo, senza questo impatto la nostra condizione esistenziale è mutilata, quindi sofferente.

Se una persona decide di fare una terapia a chi si deve rivolgere e gli psicoterapeuti sono tutti uguali?
La mente come il corpo ha peculiari caratteristiche soggettive, di conseguenza una persona può trovarsi meglio utilizzando un metodo anzichè un altro. Ciò che però definisce l’efficienza e l’efficacia dell’intervento è la qualità del professionista. E’ indispensabile che ogni cliente sappia con precisione se il professionista stesso ha usato positivamente su di sé il proprio metodo, solo in questo caso sarà in grado di condurre il paziente verso l’acquisizione del suo nuovo modo di rapportarsi al mondo. Le psicoterapie, al contrario di quanto pensano molti medici, non sono costituite da consigli e da buon senso ma sono complessi processi di acquisizione di nuova conoscenza e sperimentazione creativa in grado, nel tempo, di dare nuova forma alla propria visione delle cose e costruire un’efficace impatto sul proprio mondo interno ed esterno.
Perché il buon senso non può bastare?
L’idea del buon senso è connessa alla grande riduzione esercitata dalla cultura positivista nella ricerca della fisiologia cerebrale. L’attività “scientifica classica” ha considerato il cervello umano principalmente da un punto di vista biologico estrapolandone le parti costituenti senza distinguere l’attività della totalità dalla natura specifica delle parti: è come se un ricercatore volesse capire come funziona l’oceano a partire da un bicchiere di acqua di mare, nessuno nega che all’interno di un bicchiere di acqua di mare ci siano alcune complessità, ma non sono niente rispetto alla natura dell’oceano che lo contiene, come nessuno nega l’importanza di sapere da cosa è costituito questo bicchiere d’acqua di oceano, ma è inammissibile e ingenuo estrapolare il comportamento dell’oceano da questo semplice bicchiere d’acqua.
Gli approcci psicoterapeutici sono tanti, quale secondo lei è in grado di avvicinarsi meglio alle diverse problematiche che una persona può avere, e soprattutto quale è in grado di risolvere davvero quelle problematiche?
Lavorare con la mente può essere paragonato al lavoro di un qualsiasi buon artigiano. Qual è l’artigiano che può farmi un prodotto di qualità o può aggiustarmi una mia vecchia cosa in modo ottimale?
È l’artigiano che conosce meglio sia gli strumenti che l’oggetto su cui deve intervenire, la conoscenza del cervello umano anche rispetto alle nuove scoperte delle neuroscienze sull’attività dissipativa quantistica danno ragione all’approccio della psicologia analitica.
Cosa si intende per psicologia analitica?
La psicologia analitica è il risultato delle ricerche e delle elaborazioni che C.J. Jung ha realizzato nella sua lunga vita.
Jung già nel 1926 comprende la differenza tra il concetto di terapia come intervento riparatorio di una parte non funzionante o mal funzionante estrapolata dalla totalità psichica ed invece il naturale processo di evoluzione di ogni essere umano verso la percezione di se stesso inserito nel proprio contesto vitale.
Secondo Jung la complessità del mondo psichico a volte produce ostacoli o incomprensioni in grado di limitare il naturale percorso che ogni individuo realizza nella conoscenza di se stesso e delle proprie interazioni con gli altri. Questo processo evolutivo,  chiamato “processo di individuazione” non ha nulla a che vedere con l’individualismo, anzi al contrario è proprio l’acquisizione della coscienza di essere finalmente capaci di sentire la propria specifica umanità e l’umanità delle persone intorno a noi “essere individuo tra gli individui”.
Quindi non si tratta di terapia nel senso di cura della parte malata ma un ritorno al significato arcaico del termine terapia che deriva dal greco “terapia" prendersi cura di sé e degli altri) in quanto gli altri che lo si voglia o no, che se ne sia consapevoli o meno, sono parti nostre, fanno parte del nostro essere sé nel mondo.
Quindi una persona che ha sofferenza psichica cosa dovrebbe fare?
La sofferenza psichica non va interpretata esclusivamente come stato di malattia ma anche come stimolo, opportunità a iniziare quel processo di cambiamento necessario per raggiungere un duraturo stato di benessere cioè prendersi cura di se e degli altri (terapia)

 
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